“Se riesci a tirarti su, il palo è tuo. Punto.”
Lo sport non ha genere. O almeno, non dovrebbe: l’approccio neutro all’acrobatica
“Se guardi un gesto tecnico fatto da una donna e poi lo stesso da un uomo, non puoi dire quale sia
femminile e quale maschile. L’acrobatica è neutra. È oggettivamente neutra.”
E forse è da qui che dovremmo partire quando pensiamo alla pole dance come disciplina atletica.
Senza preconcetti, senza estetica imposta, senza sessualizzazione.
“Quando guardi una ragazza o un ragazzo eseguire lo stesso gesto atletico nel corpo libero, è
impossibile attribuirgli un genere. È come nella ginnastica artistica: alcuni attrezzi sono diversi tra
uomini e donne, ma i movimenti acrobatici sono neutri, non hanno un sesso.” Così risponde Marco,
atleta, performer e formatore, quando gli chiediamo cosa pensa degli uomini che fanno pole dance.
La sua posizione è chiara: la pole dance è una disciplina acrobatica e tecnica e in quanto tale non
dovrebbe essere letta con uno sguardo stereotipato.
Dal personal training alla pole: una svolta dettata dalla curiosità
Marco arriva dalla ginnastica artistica e da un background variegato tra calcio, nuoto e functional
training. A 18 anni inizia a lavorare come personal trainer e, seguendo le tendenze del mercato (dal
crossfit al calisthenics), si avvicina alla pole dance.
“La prima volta l’ho approcciata per motivi pratici: volevo essere preparato a tutto, anche per eventuali
clienti che mi chiedessero esercizi particolari. Poi ho scoperto che mi divertiva sul serio. Il fitness a
volte è ripetitivo, la pole no.”
“Ho iniziato ad allenarmi da solo, esclusivamente su palo statico, seguendo i russi. Quando ho
creduto di essere bravino, sono andato a Mosca e a San Pietroburgo a imparare da chi quel linguaggio
lo aveva creato.”
Ed è lì che il gioco è cambiato. Non solo per lui, ma anche per chi lo avrebbe seguito.
Un percorso in ascesa che lo ha portato alla vittoria di un titolo mondiale nel 2019.
La filosofia dell’insegnamento: empatia, occhiometro e formazione continua
Oggi Marco è anche un formatore. Quando si parla di insegnare, ha le idee chiare.
L’allenatore ideale ha tre superpoteri:
- Empatia motoria: “Devi capire cosa sta vivendo il tuo allievo. Se non può fare un trick, trova
un’alternativa o una propedeutica per farlo arrivare all’obiettivo.” - Occhiometro: una via di mezzo tra intuito e precisione, spesso difficile da trovare.
- Essere studenti a propria volta: “Un insegnante deve continuare a formarsi, mettersi alla
prova, sperimentare.”
Allenandosi costantemente, Marco lavora alla creazione di nuovi trick e all’approfondimento continuo
delle sue competenze.
Allenamento, asimmetrie e dolore: realismo e consapevolezza
“Siamo umani, non scimmie. Pretendere di sostenere il corpo solo con le braccia è qualcosa che il
nostro corpo non è progettato per fare. Quindi sì, è normale avere dolori.”
Marco affronta l’allenamento con grande consapevolezza: accetta asimmetrie, lavora entrambi i lati
ma senza ossessione e ha una visione concreta delle difficoltà fisiche.
La pole, rispetto al fitness tradizionale, gli ha permesso di liberarsi da un’idea irrealistica di perfezione:
“Se non hai mai avuto una contrattura, forse non stai spingendo davvero.”
Un ambiente inclusivo: uomini e donne insieme, senza pregiudizi
Oggi Marco ha uno stile riconoscibile.
Nelle sue classi la presenza è equamente divisa tra uomini e donne.
Zero attenzione all’estetica “tradizionale”, approccio tecnico, tanta attenzione al gesto, alla forza, al
coraggio.
“Nessuno corregge le linee, nessuno si preoccupa di tirare la punta. Se vuoi farlo più difficile, prova
così. Punto. Ma non perché sia più bello. Perché è più difficile. E quindi, sì, è anche più bello.”
“Vedo ragazze e ragazzi aiutarsi tra loro, suggerirsi prese, tecniche, condividere il dolore e la fatica con
naturalezza. C’è spontaneità e connessione come non ho mai visto altrove. Nessuno si sente fuori
posto, non c’è giudizio o competizione e tutti provano soddisfazione nel superare i propri limiti.”
La pole, quando è fatta così, è uno spazio libero.
Libero da giudizi, da pregiudizi, da ruoli prestabiliti.
“Tu devi solo tirarti su il sedere. Che tu sia uomo o donna, non importa. Se ci riesci, il palo è tuo. E se
vedo che fatichi, ti do una mano. Perché ti capisco. Perché anch’io sto ancora cercando la mia strada.”
Uomini e pole dance: serve una formazione diversa?
Marco lo dice chiaramente: la presenza maschile nella pole è ancora marginale.
Per questo motivo i corsi di formazione insegnanti spesso non affrontano specificamente il tema. Tuttavia, da insegnanti,
bisogna essere pronti.
“Statisticamente un uomo entra in classe già in grado di fare un’inversione ma questo non significa
che possa saltare la storia della pole.”
E allora si rimescolano le carte.
Si parte da trick più complessi, ma si fa comunque cultura.
“Un uomo arriva spesso con già una buona base fisica. Magari riesce a fare un handspring alla
seconda lezione. Il punto è: non è detto che sappia fare tutto il resto. Bisogna riorganizzare la
progressione: magari inizia da trick avanzati, ma poi ha bisogno del tempo per padroneggiare quelli
intermedi, anche se meno appariscenti.”
E aggiunge: “La tolleranza al dolore nei maschi è spesso più bassa e alcuni trick, anche se essenziali,
richiedono tempo per essere padroneggiati. Il trucco sta nel trovare un percorso dove ognuno si senta
all’altezza, con sfide equilibrate per tutti.”
Pole dance inclusiva: un modello di allenamento aperto a tutti
L’approccio di Marco è un esempio concreto di inclusività e di metodo. Il suo stile dimostra che è
possibile creare spazi di allenamento dove ognuno si senta accolto, stimolato e rispettato, a
prescindere dal genere.
Un modello che parla a tutta la community pole e che, come dice lui stesso, è fondato su un principio
semplice ma potente: “Qui si lavora sul gesto tecnico. Non importa chi sei, importa che ti impegni.”
La mia riflessione personale
L’incontro con Marco mi ha lasciato tanti spunti preziosi. Ho apprezzato molto la chiacchierata e, da insegnante, ho trovato utilissimi i suoi consigli, che mi torneranno utili quando programmerò lezioni inclusive anche per allievi uomini.
Il suo modo di insegnare è una dimostrazione concreta di come si possano costruire ambienti in cui ciascuno si senta valorizzato e messo nella condizione di esprimersi, al di là di qualsiasi etichetta di genere.
Ho capito che non sempre è facile, per un uomo, avvicinarsi alla pole dance senza timori. In molti,
ancora oggi, sentono il peso di aspettative esterne o di stereotipi legati all’espressività, alla sensualità,
al modo “giusto” di muoversi o allenarsi.
Eppure, ci sono molte più sfumature di quanto si creda e tanti uomini vorrebbero potersi esprimere
anche attraverso la parte più creativa, fluida o artistica della pole — non solo forza e tenuta.
Per questo è importante che esistano spazi dove ognuno possa sperimentare liberamente, senza il
timore di essere frainteso o etichettato.
In fondo, la pole dance è un linguaggio aperto, non un codice rigido: chiunque dovrebbe sentirsi
libero di parlare la propria lingua, con il proprio corpo.
La pole dance, dopotutto, non ha bisogno di essere neutra per essere libera. È uno spazio
espressivo dove ciascun* dovrebbe poter portare se stess*, che si tratti di ricercare la potenza, la
sensualità, l’eleganza o tutte queste cose insieme.
Nessuno si scandalizza se nella salsa o nel tango ci sono ruoli distinti e codificati. Allo
stesso modo, in pole, non è sbagliato scegliere di esprimersi con movimenti che la società considera
più “femminili” o “maschili” – purché sia una scelta e non una gabbia.
La vera libertà sta nel non etichettare: c’è chi trova nella pole un linguaggio tecnico e acrobatico, chi
un mezzo per sentirsi sexy e potente, chi entrambe le cose. Tutte queste strade sono valide. Non
esiste un modo giusto o sbagliato di vivere la pole.
È questo, forse, il messaggio più potente: non è questione di femminile o maschile, ma di
autenticità.
Questo vale per tutti, non solo per gli uomini.
Anche molte donne si sentono in difficoltà quando si avvicinano alla pole: c’è chi si chiede se verrà
giudicata per voler ballare in modo sensuale, chi si sente dire che “l’exotic non fa per lei”, chi ha
interiorizzato l’idea che mostrarsi sexy significhi esporsi a sguardi malevoli.
La verità è che, ancora oggi, c’è un controllo sociale molto forte su come dovremmo apparire — e
questo riguarda tutti, non solo in base al genere, ma anche alla cultura, all’età, al corpo, alla storia
personale.
È per questo che la pole dance, quando diventa un terreno di libertà, può essere profondamente
trasformativa. Perché ti restituisce il diritto di scegliere chi sei, nel modo che ti somiglia.
Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi, come noi, pensa che lo sport sia per tutti.
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Se vuoi leggere l’articolo dove domando a due uomini cosa pensano della pole dance, praticata dalle rispettive mogli, puoi leggerlo qui.







